Come affrontare il cambiamento climatico nelle aziende di ruminanti

19/08/2019

Il parere dell’esperto

Articolo a cura del Dott. Manuel Favretto, dottore in Produzione Animali e consulente tecnico commerciale per Ferrero Mangimi

Negli ultimi anni abbiamo assistito a diversi cambiamenti importanti a livello meteorologico che in molti casi hanno messo in ginocchio le aziende agricole.

A questo fenomeno si è associato l’arrivo da altri continenti di alcuni insetti parassiti dannosi (diabrotica e cimice cinese) e l’intensificazione degli attacchi da parte degli insetti autoctoni (piralide) alla cultura d’elezione per la maggior parte dell’aziende agricole che allevano ruminanti: il mais.

Tutto ciò ha messo in discussione le pratiche agricole da tempo assodate ed ha costretto gli allevatori a valutare altre possibilità per garantire alle aziende di essere competitive nel mercato.

CAMBIAMENTI METEREOLOGICI

Da ormai un decennio le stagioni sono diventate molto marcate, soprattutto nel loro susseguirsi: si passa rapidamente da un estremo all’altro tanto che autunno e primavera hanno quasi cessato di esistere. Questo rapido cambiamento di certo non favorisce l’adattamento metabolico/comportamentale degli animali in stalla e tanto meno le scelte culturali e manageriali per quel che riguarda la campagna.

Un esempio lampante è stata la stagione di campagna in corso 2018/2019, largamente compromessa da due fattori:

1. L’arrivo tardivo della stagione calda, che ha costretto gli allevatori a ritardare le semine o ad effettuarle con un clima sfavorevole (poco sole, lunghi periodi piovosi con basse temperature). Questo non ha consentito alle culture di svilupparsi in maniera idonea, costringendo in alcuni casi la risemina, con ovvie perdite di efficienza a livello economico e produttivo.
Inoltre questa stagione poco agevolante non ha permesso di effettuare i primi tagli di polifita e di medica nei tempi idonei, compromettendo di molto la qualità dei foraggi ottenuti, più ricchi in lignina, poco appetibili e in alcuni casi con un alto contenuto di ceneri causato dalla presenza di un fondo generalmente bagnato durante lo sfalcio e l’imballatura.
Ovviamente tutte queste inefficienze si trascineranno poi sulla redditività complessiva aziendale del anno successivo 2019/2020.

2. Gli eventi atmosferici straordinari: in molte zone del nord Italia e non solo si sono verificati a macchia di leopardo eventi atmosferici del tutto associabili ai climi tropicali. Grandinate copiose non localizzate che hanno interessato ampie zone (anche di decine di chilometri), venti forti, e giornate di caldo estremo (con punte di 42 gradi) hanno letteralmente distrutto le culture costringendo gli allevatori in molti casi ad abbandonare l’idea di utilizzare le stesse per produrre insilati e pastoni.

Nelle zone colpite in maniera meno intensa, la scelta è stata di dirottare gli appezzamenti destinati a produrre insilato di mais alla produzione di pastone, per ridurre al massimo la possibilità di stoccare prodotti di bassa qualità (foglie sfilacciate e molto secche).
Le rese comunque sono state molto basse, si parla di 30-50 % in meno, e sicuramente ne avranno risentito anche i tenori analitici, soprattutto per quel che riguarda la quantità e la qualità d’amido per kg di sostanza secca.

Da non sottovalutare, inoltre, il rischio della micotossicosi: piante stressate con spighe compromesse avranno un’alta probabilità di sviluppare funghi, che daranno poi origine a micotossine (deossinivalenolo e zeralenone), che possono incidere negativamente sulla redditività aziendale.

DOPPIO RACCOLTO

Frequentando molte aziende, ho visto adottare una moltitudine di adeguamenti alla situazione odierna. Per ovviare al problema dell’elevato costo di produzione del mais la più comune strategia utilizzata è quella del “doppio raccolto”, ovvero nel ruotare le culture autunno vernine succedendole ad una estiva.

Miscugli autunno vernini

Con l’impiego di autunno vernini da foraggio (miscugli o monocultura) succeduti da sorghi BMR (brown mid rib), con basso contenuto di lignina, si riescono ad avere alcuni vantaggi:

  •  sfruttare al massimo la produttività del terreno diluendo i costi fissi annuali per due produzioni
  • smaltire i reflui in due periodi
  • ruotare i terreni variando le cultivar, preservandone le qualità organolettiche e strutturali
  • limitare l’insediamento di insetti parassiti specializzati
  • ottenere più sostanza secca rispetto alla monocultura
  • produrre delle cultivar caratterizzate da un’elevata digeribilità della fibra, molto appetibili, che massimizzano l’ingestione degli animali
  • l’investimento di impianto è molto più basso rispetto al mais (meno diserbi, meno concimazione, meno costi per l’irrigazione, minima lavorazione dei terreni)
  • nei periodi di optimum per l’insilamento solitamente il meteo concede finestre di bel tempo più ampie
  • le cultivar selezionate per questo tipo di pratica di solito sono più resistenti alla siccità e ai parassiti rispetto al mais
  • minor rischio sanitario da micotossicosi rispetto al mais
  • in caso non ci fosse la possibilità di trinciare il prodotto allo stadio vegetativo ottimale si può sempre optare per far maturare la pianta e raccogliere la granella e la paglia ed avere sempre la finestra ideale per la semina della seconda cultura.

Il problema più grosso è che queste varietà non sviluppano tenori di amido paragonabili a quelli sviluppati dal mais anche se parte di questa differenza, in termini di unità foraggere latte /ettaro, viene calmierata da una miglior qualità della fibra.

Quindi la scelta del doppio raccolto costringe all’acquisto sul mercato di una maggior quantità di materie prime che apportano energia in razione; il vantaggio è che queste materie prime sono certificate e spesso soggette a forme contrattuali d’acquisto. Ciò consente di avere una qualità costante della materia prima acquistata, limitando il rischio delle micotossicosi e fornendo agli animali più stabilità in  razionamento.

ALTRE STRATEGIE

In alcune aziende ho notato l’instaurarsi di una situazione intermedia: si semina il mais solo dove c’è la possibilità di irrigarlo, dedicando poi il raccolto (che raggiunge la massima efficienza in termini qualitativi e quantitativi) alla produzione di pastone (granella o integrale) in modo da apportare il gap di amido, che nasce dall’uso degli autunno vernini o del sorgo, necessario per avere una buona conversione in stalla.
Negli altri terreni dove l’irrigazione sarebbe solo un intervento d’emergenza, si è dirottata la produzione in autunno vernini succeduti a soia o sorgo e solo in alcuni casi particolari al secondo raccolto di mais.

Un piccolo appunto a riguardo. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un fenomeno in controtendenza: i secondi raccolti di mais risultano essere più redditizi in termini quali-quantitativi dei mais seminati in primo raccolto.

Le cause?

  • All’epoca della semina la stagione si è stabilizzata dal punto di vista meteorologico e ciò consente alla cultura di germinare in maniera ottimale;
  • anche se colpiti da grandine, la pianta è ancora in fase vegetativa e il danno rimane limitato;
  • di solito dopo i primi di agosto la frequenza delle precipitazioni è più elevata, consentendo alla pianta di avere uno sviluppo più regolare;
  • le aziende che commercializzano il seme hanno un portafoglio di prodotti adatti a questo tipo di cultura, caratterizzate da un ciclo più corto (dai 75 ai 115 giorni) rispetto al convenzionale (135 giorni).
    L’unica accortezza sta nello scegliere varietà che hanno una granella di tipo farinoso (spesso i cicli corti tendo a dare granelle vitree che non rispecchiano poi le esigenze degli animali).

CONCLUSIONI

Nella gestione degli allevamenti moderni di ruminanti abbiamo assistito a innumerevoli cambiamenti su tutti i fronti, ma alla fine alcune aziende riescono comunque ad avere un reddito netto a fine anno molto buono.

Questo dimostra che l’importante è valutare la convenienza delle scelte in base a dati tecnici ed economici della propria azienda, ricordandosi che, come in una frase attribuita a C. Darwin, “non è la specie più forte o la più intelligente in assoluto a sopravvivere, ma quella che si sa adattare meglio al cambiamento.”

Dott. Manuel Favretto